"Cronaca di un viaggio per una provincia la più vasta, la più impervia, la più derelitta d'Italia"

Zanardelli

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Zanardelli: l’uomo.
Giuseppe Zanardelli nacque a Brescia il 29 ottobre 1826, da una famiglia che non vantava  un’antica e consolidata appartenenza all’establishment cittadino. Fu il nonno, anch’egli Giuseppe di nome, a compiere il passaggio dalla natia Collio, un piccolo paese della Val Trompia, al capoluogo e preparare il terreno per il decisivo salto di ceto: da produttori-commercianti di latticini al decoro della borghesia delle professioni. Ma il lavoro non bastò e la famiglia subì il fallimento della bottega, cosichè ai fratelli Zanardelli rimediò la famiglia della moglie di Giuseppe, i Turinelli di Irma, che consentì ai due figli, Giovanni (padre di Giuseppe) e Antonio, di completare gli studi universitari, nel primo decennio dell’ottocento. Giovanni Zanardelli sposò la giovane Margherita Caminada, figlia del suo superiore all’Imperial Regio Ufficio provinciale delle Pubbliche Costruzioni e Pavimenti, pensando che i suoi guai finanziari fossero finiti, si dedicò interamente al suo progetto di vita: lavoro e famiglia (come ricorderà suo figlio in un riconoscente  testamento). Giuseppe è il primogenito, di altri quattordici figli, di cui solo dieci supereranno la minore età, a cui  dovrà fare da capofamiglia, alla morte prematura del padre.                                                                                                                         Tra il 1838 ed il 1844  compì gli studi ginnasiali e liceali a Verona nel Collegio S. Anastasia. Nello stesso 1844  si iscrisse  alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Pavia, entrando nel Collegio Ghisleri, riservato ai figli più meritevoli dei funzionari dell’I. R. Governo.  Vi trascorse quattro anni, senza terminare gli studi, ma immergendosi in un ambiente giovanile con ardenti passioni anti-austriache e slanci politici radicaleggianti improntati ad un ispirato mazzinianesimo. All’interno del collegio, intesse rapporti di amicizia con i coetanei Benedetto Cairoli e Agostino Bertani, destinati a durare tutta la vita.           Nel 1848, allo scoppio della rivoluzione, la  “rivelazione patriottica”, lo apre ad una milizia intellettuale, giornalistica e politica che nei giorni della insurrezione si fa attivissima, rendendolo partecipe di tutte le illusioni e di tutte le amarezze di una generazione di giovani patrioti. Tale milizia si colora di un’accesa tinta repubblicana, la difesa che della causa nazionale attua il “maestro” Mazzini, va incontro al bisogno, di Zanardelli come di moltissimi altri giovani, di affermare il diritto degli italiani all’indipendenza e all’unità. Zanardelli prese parte all’ultima fase delle “dieci giornate” di Brescia, attaccando e cacciando dalla città i soldati del generale austriaco Hajnau. Con questo episodio si guadagnò il prestigio nel movimento rivoluzionario e le schede con il suo nome nei posti di polizia di Brescia, Pavia ed altre città. A causa delle persecuzioni fu costretto all’esilio  in Toscana, per la precisione a Firenze. Vi rimase fino alla laurea, con il desiderio di  non separarsi dagli amici dell’università e di “partito”, i milanesi Griffini e Allievi,  prese i contatti con i democratici de “La Costituente Italiana”, rimase a Firenze  fino all ‘amnistia del1851 . Tornato a Brescia, la trova una  città di conservatori, di moderati e di monarchici diversa da quella che il democratico Zanardelli si aspetta, un paese in balia degli austriaci, con l’amaro in bocca per la sconfitta. Si ricongiunge ai suoi, agli amici che con lui hanno condiviso la battaglia ed ora condividono le frustrazioni dell’isolamento. A Brescia  continuerà  la sua attività politica, ma la città  diventerà una terra d’esilio, dove sperimenta l’umiliazione di chi, nella ricerca di un impiego adeguato al decoro della famiglia, nel momento in cui viene a mancare il padre e dovrà fare da capofamiglia, troverà tutte le porte sbarrate a causa della decisione del Governo di piegarlo per fame. Supera ogni difficoltà finanziaria ed ogni frustrazione, in questi anni impara anche a far calare la causa dell’indipendenza nazionale e a farla rendere cosa possibile. Su questa base, comincia un lungo cammino di ripresa nella causa nazionale. Si lega al nucleo di intellettuali che gravitano a Milano attorno al circolo della contessa Maffei, i cui aderenti trovano in Carlo Tenca  il riferimento centrale, diventa ben presto collaboratore del “Crepuscolo”,  il compito gli permette  un approfondimento della riflessione culturale e della formazione professionale e  gli consente  una crescita di prestigio che lo colloca  come figura centrale nell’ambiente patriottico e liberale bresciano.
Nel 1859 dovette espatriare ancora, raggiungendo Lugano, in Svizzera vi rimase per poco tempo, infatti a Como si incontrò con Garibaldi che gli affidò l’organizzazione per l’insurrezione di Brescia.
Nella prima metà degli anni ’70 la sinistra piemontese era al Governo, guidata da Agostino De Pretis, Zanardelli faceva parte della sinistra storica cioè gli ex garibaldini insieme a Crispi e Cairoli, nel 1876 ebbe il suo primo incarico di governo,  chiamato da De Pretis ad assumere il ruolo di ministro dei lavori pubblici. Successivamente passò al ministero degli interni ed al ministero di  Giustizia in due periodi dal 1881 al 1883 e dal 1887 al 1891 con incarico del primo governo Crispi.
Nel 1889 fu varato il suo nuovo codice penale che prendeva il nome di “codice Zanardelli”, più in linea con le istanze liberali, in cui aboliva la pena di morte ancora in vigore nei maggiori Stati europei e  non negava il diritto di sciopero riconoscendone la legittimità. Lotta per inserire nella giurisdizione italiana una normativa degna di uno stato laico e sovrano in materia di matrimonio con la proposta di divorzio.     Conosciuto come uomo politico democratico di idee liberali, non mancava di trovarsi in discordanza con brutali metodi antidemocratici di repressione dei moti socialisti, adottati dal secondo ministero Crispi, sulla sua politica colonialistica africana, perciò non accettò di far parte del ministero. Libertà significava emancipazione dalle “forze retrive” contrarie al progresso, che erano lo “straniero” e il “privilegio”. Progresso significava valorizzazione delle capacità dell’istruzione e del lavoro, valori su cui non bisognava transigere perchè non contrattabili. Un uomo politico disposto al compromesso sul terreno dei valori fondanti tradiva il suo ruolo e la sua “missione”. Famosa l’intransigenza di Zanardelli verso i moderati e i clericali oppure verso i trasformisti. L’anticlericalismo non rappresentava un rifiuto nè una lotta alla religione, infatti in una lettera all’amico vescovo di Cremona, Geremia Bonomelli, del 1896 scrive: “io la invidio perchè impetro quella fede che la anima e che me non assiste, per quanto la consideri una grande benedizione e l’abbia sempre, ma invano, invocata”,  probabilmente l’educazione impartita dalla famiglia, la madre e le sorelle Martina, Ippolita e Virginia, quest’ultime due entrambe suore, influì nel tempo sulla sua personalità.
All’età di settantacinque anni, nel 1901, quando Zanardelli divenne Presidente del Consiglio dei Ministri, conosciuto all’estero come persona rispettata ed integra, diede agli italiani la speranza di una nuova era, una ventata nuova nella vita politica: sindacati e partiti operai erano liberi di manifestare le loro idee.   Lo slancio riformatore del governo non tralascia una delle piaghe più dolenti e più trascurate sino allora dell’Italia post-unitaria, vale a dire la cosiddetta questione meridionale. L’anziano leader della sinistra lombarda esplica il suo interessamento per il sud, su due diversi piani: con un’iniziativa simbolica e con una concreta azione di sostegno. Da un lato realizza nel settembre del 1902 un viaggio in Basilicata, faticoso ma apprezzatissimo dalle popolazioni locali, che gli permette di verificare in prima persona lo stato di prostrazione e di isolamento dell’economia lucana (é la prima volta che lo fa un Presidente del Consiglio), poi di mettere in cantiere una legge speciale per la Basilicata, destinata ad andare in porto un anno e mezzo dopo, il 31 marzo 1904.
Zanardelli muore nella sua villa di Maderno(BS) il 26 dicembre 1903.

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